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Feb 10 2019

L – avvocato che non riscontra le richieste del collega di controparte compie illecito deontologico – Punto di Diritto, consulenza avvocato gratis. #Consulenza #avvocato #gratis


Lavvocato che non riscontra le richieste del collega di controparte compie illecito deontologico

Contravviene all’obbligo deontologico di correttezza e lealtà nei confronti dei c olleghi (art. 19 ncdf) l’ avvocato che, dopo aver collaborato alla stipula di una transazione ed aver assicurato il suo puntuale adempimento da parte del proprio assistito, successivamente ometta di fornire risposte o spiegazioni , richiestegli dal legale avversario, sull’ inadempimento del proprio cliente alla transazione stessa.

E quanto ha stabilito il Consiglio Nazionale Forense, con la sentenza del 29 dicembre 2015, n. 236 , mediante la quale ha rigettato il ricorso e confermato quanto già deciso dal Consiglio dellOrdine degli Avvocati di Roma.

La vicenda

La pronuncia traeva origine dal FATTO che in data 31 ottobre 2007, l’Avvocato KAPPA presentò un esposto nei confronti dell’Avvocato DELTA, segnalando come quest’ultimo, nonostante si fosse impegnato a dare esecuzione ad un atto di transazione, sottoscritto in data 4 luglio 2007 in occasione di un’udienza, non aveva, poi, fatto nulla al riguardo.

In detta circostanza, l’Avv. DELTA aveva portato con se un assegno del minor importo di €. ………., rispetto a quello concordato nell’atto di transazione di €. …………. riferendo di problemi economici della sua cliente e chiedendo una dilazione sino al 15 settembre 2007, con la promessa di attivarsi per il pagamento della rimanenza e la conferma dell’accordo di abbandonare la causa in corso.

Nonostante le numerose telefonate rivolte allo studio dell’Avv. DELTA, quest’ultimo non aveva dato alcun cenno di riscontro.

Con la decisione impugnata, il COA di Roma, ritenuta la responsabilità disciplinare dell’incolpato, gli ha irrogato la sanzione dell’avvertimento .

Il ricorso dell’Avv. DELTA è sorretto da un duplice ordine di motivi: con il primo motivo si deduce l’assoluta insussistenza del primo capo di incolpazione. Con il secondo motivo si rileva l’insussistenza consequenziale del secondo capo di incolpazione. In sostanza, il ricorrente deduce l’insussistenza del primo capo di incolpazione, lamentando che il COA lo avrebbe sanzionato come se fosse stato una parte interessata e non Avvocato di una delle parti. Il COA di Roma avrebbe inteso addossare all’incolpato le obbligazioni nascenti dalla transazione: le condotte, secondo il ricorrente, dovrebbero essere riferite solo alla sua cliente .

La decisione

Il Consiglio Nazionale Forense, chiamato a pronunciarsi, mediante la citata sentenza n. 236/2015 ha ritenuto che il ricorso è infondato e lo ha rigettato .

Sostiene il CNF che il Consiglio dell’Ordine di Roma ha, invero, fatto corretto ed irreprensibile governo delle risultanze processuali, pervenendo alla affermazione della responsabilità disciplinare dell’incolpato in base ad una attenta valutazione degli elementi di fatto sottoposti al suo esame ed esplicitando, nella decisione impugnata, un lineare percorso argomentativo nella ricostruzione dell’iter logico che ha determinato il giudizio di colpevolezza.

Il Consiglio, invero, pur dando atto, nella delibera impugnata, che il ritardo nell’adempimento della obbligazione non poteva che essere imputato alla parte assistita, ha, purtuttavia rilevato che l’incolpato (ed il fatto deve essere considerato pacificamente accertato, alla luce anche dei riferimenti dei testimoni escussi) aveva trascurato le numerose telefonate del Collega di controparte, non aveva dato riscontro alle raccomandate inviategli, né aveva partecipato al tentativo di conciliazione dinanzi al Consigliere Istruttore .

Tale contegno , globalmente considerato, è stato correttamente e motivatamente ritenuto, dall’Ordine di Roma, lesivo delle regole di comportamento prevedute dall’art. 6 del previgente Codice Deontologico, che impone all’Avvocato un comportamento ispirato a correttezza e lealtà nei confronti del Collega avversario .

Del resto, sull’argomento, questo Consiglio ha avuto modo più volte modo di osservare che: “ lavvocato deve porre ogni rigoroso impegno nella difesa del proprio cliente, ma tale difesa non può mai travalicare i limiti della rigorosa osservanza delle norme disciplinari del rispetto che deve essere sempre osservato nei confronti della controparte, del suo legale e dei terzi, in ossequio ai doveri di lealtà e correttezza e ai principi di colleganza” .

Intendere il dovere di difesa come possibilità di agire con qualsiasi mezzo per ottenere ragione in favore della parte assistita costituisce infatti una errata percezione dei principi che sono alla base della funzione che lavvocato esercita nel sistema della giurisdizione e scarsa consapevolezza della responsabilità sociale che egli deve assolvere nei confronti della collettività a garanzia dei principi dello stato di diritto e dellinteresse generale al corretto esercizio della giurisdizione ( Cons. Naz. Forense 24 novembre 2014, n. 164; Cons. Naz. Forense, 10 aprile 2013, n. 52; Cons, Naz. Forense, 13 dicembre 2010, n. 203 ).

Deve, ancora, aggiungersi che il contenuto dell’art. 6 del precedente codice deontologico è confluito nelle disposizioni di cui agli artt. 9 e 19 del nuovo codice, che regolano, rispettivamente i “doveri di probità, dignità, decoro e indipendenza ed i “doveri di lealtà e correttezza con i Colleghi e le istituzioni forensi”, ponendo, sostanzialmente, le medesime regole che sono state ritenute violate. A tali regole certamente non si attiene il professionista che, dopo aver collaborato alla stipula di una transazione ed aver assicurato il suo puntuale adempimento da parte del proprio assistito, ometta di fornire risposte o spiegazioni rivoltegli, anche a mezzo di letta raccomandata, dal legale avversario, sull’inadempimento del cliente .


Written by MAINE


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